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A cura del Dottor Alberto Beconcini

Il diabete tipo 2 è la forma più frequente di diabete e rappresenta circa il 90% di tutti i casi. Questo tipo di malattia, conosciuta anche come diabete della vecchiaia, si presenta inizialmente in modo  asintomatico  ed i sintomi tipici, come spossatezza, arsura e diuresi frequente, inizialmente non si manifestano. Si è perlopiù in presenza di una combinazione di resistenza periferica all’insulina e di una sua iposecrezione pancreatica. Il diabete tipo 1, al contrario, è la conseguenza di una distruzione autoimmune delle beta cellule (deputate alla produzione di insulina), che causa una mancanza assoluta di questo ormone.
Le rapide trasformazioni socio economiche, e le scorrette abitudini alimentari, hanno visto aumentare in maniera vertiginosa  la possibilità di contrarre questo tipo di malattia.
Aumenta così la presa di coscienza da parte dei medici (specialmente quelli di base) dell’importanza dell’attività fisica come farmaco, specialmente come terapia di supporto a quella farmacologica standard, in questo tipo di pazienti.
A differenza delle altre malattie metaboliche, nel diabete tipo 2  la risposta del corpo all’esercizio fisico  è ottima; i classici sintomi del diabetico, come l’astenia, la difficoltà a ricordarsi le cose, per non parlare di alcuni problemi posturali, di deambulazione oppure articolari dovuti a danni causati da alti picchi glicemici, possono essere notevolmente migliorati grazie all’ occhio attento del personal trainer.
Alla luce di questi fatti ed in base alla mia esperienza, ritengo che l’allenamento a circuito (il circuit training) sia l’allenamento ottimale per questa tipologia di pazienti. Il circuit training combina l’allenamento della forza con l’uso dei sovraccarichi ai macchinari, alternando periodi di lavoro cardiorespiratorio.
Chiaramente il lavoro a circuito che andremo a proporre a questo tipo di soggetti sarà diverso dal classico lavoro a circuito, perché dovrà essere soggettivo ed adattato ad ogni caso specifico; di seguito un esempio.
Nell’organizzazione del circuit training in soggetti diabetici si raccomanda di utilizzare solo macchinari isotonici poliarticolari ed a catena cinetica chiusa, come la leg press per gli arti inferiori, la lat machine presa inversa per i bicipiti ed il gran dorsale, la shoulder press per le spalle e la chest press per i muscoli pettorali ed i tricipiti.
L’obiettivo è quello di sollevare al massimo il 30% del massimo peso sollevabile (in seguito all’effettuazione del test sub massimale indiretto con la formula di brziky) per 12/15 ripetizioni su ogni specifica macchina
E’ importante alternare un macchinario isotonico ad una stazione  cardio, che sarà uno step messo all’altezza minima dove il personal trainer insegnerà i passi base dello step.
L’utilizzo dello step con l’insegnamento dei passi base ha una duplice funzione; in primis migliora l’apparato cardiocircolatorio, ma migliora moltissimo anche l’equilibrio e la coordinazione, che spesso in questo tipo di soggetti è piuttosto deficitaria.
E’ molto importante che la durata massima di ogni stazione non sia superiore a 30 secondi.
Per quanto riguarda i principianti è molto importante impostare un carico corretto, che permetta la giusta esecuzione dell’esercizio; con il passare del tempo la forza aumenterà, ed anche il peso verrà aumentato. Coloro che possiedono un discreto stato di forma, inizieranno con un peso che consenta loro di eseguire al massimo 15 ripetizioni.
Completare un circuito significa eseguire in sequenza tutti gli esercizi previsti senza pausa. Si inizia con un circuito completo per poi passare, in seguito e dopo aver raggiunto il giusto allenamento, a 3 circuiti completi intervallati da 3-5 minuti di recupero tra uno e l’altro.
Ecco un esempio di circuit training:


chest press max 30’’ –step 30’’
leg press-step max 30’’ – step 30’’
shoulder press max 30’’ – step 30’’
lat machine max 30’’ – step 30’’
addominali max 30’’- step 30’’
pull down max 30’’ – step 30’’


Effetti e benefici
Nel circuit training si passa rapidamente da un esercizio di forza ad un esercizio cardiorespiratorio, senza alcun recupero, e questo  “obbliga” il cuore a mantenere frequenze abbastanza elevate, per tutta la durata dell’allenamento.
Tutto ciò promuove nel soggetto diabetico un condizionamento cardiocircolatorio, allo scopo di allenare la componente cardiovascolare.
In questo tipo di soggetti tale variabile è molto importante, perché l’80% dei diabetici tipo 2 è spesso anche obesa ed una riduzione della massa adiposa può essere molto importante nelle complicanze diabetiche, tra cui, quella dei problemi cardiaci è tra le più importanti.
I benefici della maggiore capillarizzazione nei diabetici sono di fondamentale importanza, viste le enormi resistenze che, specie negli arti inferiori, creano grosse problematiche. Con questo tipo di allenamento si va a creare un grande beneficio.
Importante è anche l’effetto di questa tipologia di allenamento sulla riduzione della pressione arteriosa  massima e minima, sull’aumento del colesterolo 'buono' HDL e, di conseguenza, sulla riduzione del rischio di contrarre malattie cardiache.

 

A cura del Dott. Enrico Paoletti

La diffusione del sovrappeso sta aumentando in maniera preoccupante: in tutto il mondo si contano circa 300 milioni di obesi, tra adulti e bambini. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in molti paesi europei  più della metà della popolazione adulta è al di sopra della soglia di “sovrappeso” e circa il 20-30 % rientra nella categoria degli obesi.
ObesitàL’allarme è preoccupante... se si pensa che in Italia l’obesità infantile è più diffusa che negli stessi Stati Uniti (dove i bambini tra i 6 e gli 11 anni e gli adolescenti tra i 12 e i 18 anni sono obesi in più del 15% dei casi), allora possiamo credere che questo problema sia in grado di diffondersi esageratamente in futuro, soprattutto se si considera il fatto che oltre la metà dei bambini in sovrappeso a 5 anni lo sarà anche in età adulta e lo stesso esito capita a 2 adolescenti su 3.
L’obesità non è una vera e propria patologia, ma come tale dev'essere affrontata per evitare, o per lo meno attenuare, le numerose complicanze che può determinare; il grasso superfluo, infatti, è uno dei maggiori fattori di rischio per lo sviluppo di molte patologie. Tra queste le malattie cardiache e respiratorie, il diabete mellito non insulino dipendente o diabete di tipo 2, l’ipertensione, l’osteoartrosi a livello delle articolazioni portanti, le cervicalgie, le lombalgie e le lombosciatalgie, alcune forme di cancro e il rischio di morte precoce; inoltre non va dimenticata l’influenza negativa sulla qualità della vita ed il sopraggiungere di disturbi psicologici legati al senso di disagio.
I motivi che inducono le persone obese a perdere peso sono dunque numerosi, ma in base alle realtà scientifiche, il dolore lombare non è in cima alla lista.
L’importanza della perdita di peso nel soggetto obeso è da considerarsi sicuramente indubbia e l’attività fisica è uno dei mezzi migliori per ottenere risultati duraturi nel tempo e favorire un cambiamento fisiologico nel soggetto, con una forte ripercussione positiva sulla salute della persona stessa.  

Spesso, medici e  terapisti informano i propri pazienti sul fatto che l'obesità provochi mal di schiena e che questo disturbo possa aumentare in maniera proporzionale al carico ponderale. Alcuni raccomandano ai pazienti di dimagrire e sostengono che mantenendo un peso normale si possano prevenire problemi futuri alla colonna.

L’eziologia di molte condizioni dolorose del basso rachide rimane però tutt’ora sconosciuta; “attualmente identificare con una certa sicurezza gli esatti tessuti coinvolti nella maggior parte dei casi di dolore lombare è di fatto impossibile”. La cosa certa è che la patogenesi del dolore lombare nell’obeso è in gran parte legata a stiramenti muscolo tendinei piuttosto che a sofferenze discali; il dolore lombare muscolo tendineo si osserva soprattutto in persone di mezza età, in sovrappeso, che conducono una vita sedentaria e che sono sottoposte continuamente a stress conseguenti ad attività lavorative, al mantenimento costante di posture errate, ma anche all’accentuarsi di conflitti interni: nel 30% dei casi la condizione dolorosa dipende da motivi organici, mentre nel rimanente 70% l’aspetto somatico è secondario rispetto agli effetti che stress emotivi hanno sul sistema nervoso centrale.

Il dolore lombare può comprendere il così detto dolore nocicettivo che proviene dalle articolazioni intervertebrali in degenerazione, il dolore neuropatico dovuto a compressione delle radici spinali da osteofiti o da ernia del disco, il dolore disregolatorio dovuto ad un ipertono riflesso dei muscoli della schiena ed il dolore psicosomatico relativo alle inadeguate capacità di adattamento del soggetto; inoltre, il dolore può insorgere in maniera improvvisa, acuta, in relazione ad uno sforzo o in modo graduale.

In generale i pazienti con un dolore muscolo legamentoso nel quale esiste un'evidente componente meccanica, riferiscono che la sintomatologia scompare con il riposo a letto e si accentua in posizione eretta o aumentando il carico, mentre altri pazienti con malattia del disco intervertebrale possono riferire un dolore acuto irradiato alle gambe specialmente quando tossiscono e starnutiscono.

Ovviamente, nel soggetto lombalgico ha molta importanza la sedentarietà e soprattutto l’incremento del peso corporeo: è ormai ben noto che l’obesità e/o il sovrappeso  costituiscano un fattore aggravante di queste condizioni patologiche.

Le certezze epidemiologiche esistenti denotano una relazione causale, chiara, tra obesità e mal di schiena o meglio tra dimagrimento e assenza di questo. Esistono studi controllati dove si certifica che la diminuzione di peso allevi il mal di schiena e riduca il numero di ricadute; tuttavia, esistono ben poche convinzioni sul fatto che  il mantenimento di un peso normale prevenga il mal di schiena.

L’obesità è fortemente considerata come  una comorbidità frequente tra i pazienti con mal di schiena; i pazienti obesi si presentano con una salute peggiore rispetto alle persone con peso normale.

Obesità postura scorrettaL'eccessivo carico ponderale, infatti, unito alla pressoché immancabile perdita di tono dei muscoli della parete addominale, genera un' alterazione della statica vertebrale in tutti i suoi elementi: si osserva infatti un'accentuazione della lordosi lombare, che per essere controbilanciata porta la colonna dorsale ad atteggiarsi in ipercifosi; di riflesso, quella cervicale, per mantenere un normale asse visivo, assume un atteggiamento di iperestensione.

L’allineamento scorretto della schiena, tipico della persona obesa, porta ad un'eccessiva compressione sulle strutture ossee, specialmente quando il soggetto deve sopportare per intero il peso del proprio corpo, ovvero nella posizione eretta o in quella seduta (questo può portare ad una sintomatologia dolorosa in maniera graduale o in modo acuto, e spesso permanente nel tempo), ed un’eccessiva tensione su muscoli e legamenti sia durante il sostegno (statica), che durante il movimento.

E’ anche vero, però, che un'attività di dimagrimento troppo veloce, che porta la persona obesa a perdere in poco tempo un'elevata percentuale di massa grassa, così come nelle donne dopo la gestazione, può provocare l’instaurarsi o l’accentuarsi (se già esistente) di un notevole dolore sulla zona lombare (sia nell’obeso che nelle donne in gravidanza, infatti, si ha atrofia ed astenia dei muscoli addominali)  poiché, in questo periodo, il contenente, cioè i fasci muscolari, non riescono a seguire l’improvvisa diminuzione del contenuto (tessuto adiposo sito nella zona addominale); per far sì che i fasci non si affloscino intervengono dunque i muscoli antigravitari, soprattutto viene attivata in modo costante la muscolatura paravertebrale che, contraendosi praticamente sempre, va incontro ad affaticamento con conseguente risentimento muscolare e dunque dolore.

In conclusione c’è una documentata relazione tra dolore lombare ed obesità, e sembra esserci certezza sul miglioramento del problema al basso rachide in persone che hanno diminuito il proprio carico ponderale; in generale, però, non è sufficiente perdere peso attraverso la sola dieta e/o attraverso un'attività aerobica mirata verso la deplezione dei depositi adiposi, ma è necessario che ciò sia associato e supportato da un'attività preventiva e compensativa (programmata in intensità, volume e successione da uno specialista del settore), che preveda un rafforzamento costante della muscolatura addominale, un allungamento delle catene muscolari inizialmente valutate retratte, un’attività posturale per favorire un riequilibrio muscolare, uno scarico a livello lombare per allentare le tensioni muscolo tendinee ed una attività propriocettiva, e senso percettiva, indirizzata verso la corretta ristrutturazione dello schema corporeo… “è importante lavorare in maniera globale”, cercando di non sottovalutare il problema del dolore lombare, consapevoli del fatto che senza un'attività mirata e con la sola perdita di massa grassa è difficile ottenere miglioramenti duraturi in tal senso.

Bibliografia:
Bosello O., Cuzzolaro M., 2006, “Obesità e sovrappeso”, il Mulino, Bologna.
Kendall F.P., 2002, “I muscoli funzioni e test”, Verduci editore, Roma.
North American Spine Society, 2005.
Rotella M.C., Ricca V. e Mannucci E., 1997, “L’ obesità”, S.e.e., Firenze.
Tribastore F., Tribastone P., “Educazione motoria preventiva e compensativa”, Società Stampa Sportiva, Roma.